
Dopo la
sentenza della Corte di Appello di Milano che ha autorizzato il padre di Eluana Englaro, una ragazza in coma da 16 anni, a sospendere l'alimentazione artificiale che la nutre e la mantiene in vita, infiamma (come sempre da noi) il dibattito; come se tutto si possa risolvere nell’essere pro o contro l’eutanasia. Robetta insomma. Come se si stesse parlando del tempo. E succede che, nel colpevole vuoto del Parlamento, della questione venga addirittura investito il Tribunale; come se tra le polverose aule di un Palazzo di Giustizia qualunque, uno o più magistrati qualunque (non ce ne vogliano) possano decidere con serenità e giudizio della vita e della morte di uomo. “Arbitro in terra del bene e del male” come diceva, illuminato, Fabrizio De Andrè. Ma proprio questo succede in Italia. Succede che si decide, per dirla con il prof. Stefano Rodotà, “del morire”. Ma in Tribunale. Io non lo so, lo dico francamente, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato in questa storia. Mi addolora l’immagine di Eluana Englaro, sofferente, immobile in un letto. Mi addolora immaginare la sua esistenza (o quel che ne resta). Le sue giornate, tutte uguali, tutte sempre più sofferenti; come quelle, dannatamante identiche, dei suoi cari. Ma ciò nonostante non riesco ad immaginare legittimo che qualcuno, anche se mosso da un disperato grido di dolore, possa sentirsi (od essere) autorizzato a porre fine a tanta disperazione. Non so dire se ci troviamo di fronte allo spettro dell’eutanasia o, forse peggio, dell’accanimento terapeutico. Di una cosa sono certo però: che forse tutti quanti dovremmo fare un passo indietro ed abbassare silenziosamente i toni di una discussione che così com’è, fa male a tutti. In primo luogo a quei Giudici investiti di tanta responsabilità ma soprattutto che oltraggia quel soffio di vita (se ancora può dirsi tale) di Eluana che, io credo, meriti qualcosa di più di una riflessione divenuta troppo superficiale e di una compassionevole e distaccata pronuncia scritta su un foglio di carta bollata.